STIMOLAZIONE 40 Hz
Una luce che lampeggia e un suono che pulsa 40 volte al secondo potrebbero influenzare il modo in cui il cervello affronta l'Alzheimer. Sembra fantascienza, ma da gli scienziati del MIT questa ipotesi viene studiata da quasi dieci anni.
Tutto ruota intorno ai 40 hertz.
Il nostro cervello produce ritmi elettrici attraverso l'attività coordinata dei neuroni. Tra questi ritmi ci sono le cosiddette oscillazioni gamma, associate a funzioni come attenzione, apprendimento e memoria.
Nell'Alzheimer questa attività può risultare alterata.
I ricercatori hanno quindi provato qualcosa di insolito: esporre modelli animali della malattia a luci intermittenti e suoni sincronizzati a 40 Hz.
Nei topi, i risultati hanno attirato grande attenzione.
La stimolazione ha rafforzato l'attività gamma e, in diversi esperimenti, è stata associata a una riduzione dell'accumulo di amiloide e tau, due proteine strettamente legate alla malattia di Alzheimer.
Sono stati osservati anche effetti sulla protezione dei neuroni, sulle connessioni cerebrali e sulla memoria.
Ma come potrebbero luce e suono contribuire alla rimozione di sostanze accumulate nel cervello?
Studi successivi sui topi hanno indicato un possibile meccanismo.
La stimolazione a 40 Hz sembra influenzare anche il sistema glinfatico, uno dei meccanismi attraverso i quali il cervello elimina prodotti di scarto.
Nei modelli animali studiati, la stimolazione è stata associata a una maggiore attività di questo sistema e a una maggiore clearance dell'amiloide. Non è ancora dimostrato che lo stesso meccanismo si verifichi nell'uomo.
A quel punto sorgeva inevitabilmente la domanda più importante.
Funziona anche negli esseri umani?
I primi piccoli studi condotti dal MIT hanno mostrato che persone con Alzheimer potevano utilizzare a casa dispositivi capaci di produrre luce e suono sincronizzati a 40 Hz.
La stimolazione sperimentale è risultata tollerabile e sono emersi alcuni segnali interessanti, tra cui differenze nell'atrofia cerebrale, nella connettività tra determinate regioni del cervello e in alcune misure cognitive rispetto ai gruppi di controllo.
Un successivo studio di follow-up ha seguito soltanto cinque pazienti per circa due anni.
In tre persone con Alzheimer a esordio tardivo alcune capacità cognitive sembravano deteriorarsi più lentamente rispetto a pazienti comparabili utilizzati come controlli esterni. Nei due casi a esordio precoce non venne osservato lo stesso andamento.
Cinque persone, però, sono troppo poche per stabilire se una terapia funzioni davvero.
Ed è questo il punto fondamentale.
La stimolazione a 40 Hz non è oggi una cura dimostrata per l'Alzheimer e i risultati ottenuti nei topi non possono essere automaticamente trasferiti agli esseri umani.
L'ipotesi si è però rivelata abbastanza interessante da giustificare sperimentazioni cliniche molto più ampie.
Cognito Therapeutics, società nata dalla ricerca del MIT, ha sviluppato un dispositivo sperimentale basato sulla stimolazione audiovisiva gamma. Il trattamento è oggetto dello studio pivotal HOPE, randomizzato, in doppio cieco e controllato con stimolazione simulata, che ha arruolato centinaia di partecipanti con Alzheimer.
Al momento, però, non esistono ancora prove definitive che questo approccio rallenti la progressione della malattia, e il dispositivo non rappresenta una cura approvata per l'Alzheimer.
Uno dei possibili vantaggi dell'approccio è evidente: la stimolazione è non invasiva.
Ma per sapere se possa davvero produrre un beneficio clinico significativo serviranno risultati solidi provenienti dagli studi su larga scala.
Ed è forse proprio questo a rendere affascinante questa ricerca.
Una delle strade sperimentali contro una delle malattie neurologiche più complesse potrebbe non iniziare da una nuova molecola.
Potrebbe iniziare da qualcosa che il cervello conosce già: un ritmo.
Quaranta volte al secondo
Tutto ruota intorno ai 40 hertz.
Il nostro cervello produce ritmi elettrici attraverso l'attività coordinata dei neuroni. Tra questi ritmi ci sono le cosiddette oscillazioni gamma, associate a funzioni come attenzione, apprendimento e memoria.
Nell'Alzheimer questa attività può risultare alterata.
I ricercatori hanno quindi provato qualcosa di insolito: esporre modelli animali della malattia a luci intermittenti e suoni sincronizzati a 40 Hz.
Nei topi, i risultati hanno attirato grande attenzione.
La stimolazione ha rafforzato l'attività gamma e, in diversi esperimenti, è stata associata a una riduzione dell'accumulo di amiloide e tau, due proteine strettamente legate alla malattia di Alzheimer.
Sono stati osservati anche effetti sulla protezione dei neuroni, sulle connessioni cerebrali e sulla memoria.
Ma come potrebbero luce e suono contribuire alla rimozione di sostanze accumulate nel cervello?
Studi successivi sui topi hanno indicato un possibile meccanismo.
La stimolazione a 40 Hz sembra influenzare anche il sistema glinfatico, uno dei meccanismi attraverso i quali il cervello elimina prodotti di scarto.
Nei modelli animali studiati, la stimolazione è stata associata a una maggiore attività di questo sistema e a una maggiore clearance dell'amiloide. Non è ancora dimostrato che lo stesso meccanismo si verifichi nell'uomo.
A quel punto sorgeva inevitabilmente la domanda più importante.
Funziona anche negli esseri umani?
I primi piccoli studi condotti dal MIT hanno mostrato che persone con Alzheimer potevano utilizzare a casa dispositivi capaci di produrre luce e suono sincronizzati a 40 Hz.
La stimolazione sperimentale è risultata tollerabile e sono emersi alcuni segnali interessanti, tra cui differenze nell'atrofia cerebrale, nella connettività tra determinate regioni del cervello e in alcune misure cognitive rispetto ai gruppi di controllo.
Un successivo studio di follow-up ha seguito soltanto cinque pazienti per circa due anni.
In tre persone con Alzheimer a esordio tardivo alcune capacità cognitive sembravano deteriorarsi più lentamente rispetto a pazienti comparabili utilizzati come controlli esterni. Nei due casi a esordio precoce non venne osservato lo stesso andamento.
Cinque persone, però, sono troppo poche per stabilire se una terapia funzioni davvero.
Ed è questo il punto fondamentale.
La stimolazione a 40 Hz non è oggi una cura dimostrata per l'Alzheimer e i risultati ottenuti nei topi non possono essere automaticamente trasferiti agli esseri umani.
L'ipotesi si è però rivelata abbastanza interessante da giustificare sperimentazioni cliniche molto più ampie.
Cognito Therapeutics, società nata dalla ricerca del MIT, ha sviluppato un dispositivo sperimentale basato sulla stimolazione audiovisiva gamma. Il trattamento è oggetto dello studio pivotal HOPE, randomizzato, in doppio cieco e controllato con stimolazione simulata, che ha arruolato centinaia di partecipanti con Alzheimer.
Al momento, però, non esistono ancora prove definitive che questo approccio rallenti la progressione della malattia, e il dispositivo non rappresenta una cura approvata per l'Alzheimer.
Uno dei possibili vantaggi dell'approccio è evidente: la stimolazione è non invasiva.
Ma per sapere se possa davvero produrre un beneficio clinico significativo serviranno risultati solidi provenienti dagli studi su larga scala.
Ed è forse proprio questo a rendere affascinante questa ricerca.
Una delle strade sperimentali contro una delle malattie neurologiche più complesse potrebbe non iniziare da una nuova molecola.
Potrebbe iniziare da qualcosa che il cervello conosce già: un ritmo.
Quaranta volte al secondo
NEUROACUSTICA
gamma riavvio stimolazione in onde gamma a 40 hz
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